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altri capitoli
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Capitale della Longobardia minore: linea di autonomia dal saggio di Gianni Vergineo in "Benevento fascino di un'antica città", Electa NA, 1990
Siamo nel 571, se la datazione muratoriana è esatta. Paolo Diacono (III, 33) indica come primo duca di Benevento Zottone: un nome che non si trova nelle genealogie dinastiche delle stirpi gentilizie di Alboino e lascia perciò il sospetto che si tratti di un personaggio indipendente dall'invasione del conquistatore di Pavia: forse di un condottiero dei Longobardi assoldati da Narsete contro gli Ostrogoti (Paolo Diacono, Il,1; Procopio, IV, 33) e rimasti probabilmente, almeno in parte, nella Campania. Altrimenti non si capirebbe perché il re Autari venne a Benevento scendendo per Spoleto tra il 584 e il 590, vivente ancora Zottone (Paolo Diacono, III, 32).
La spiegazione più logica è che intendesse sottomettere al suo regno questo conquistatore anomalo. Ma forse non ci riuscì. Zottone proseguì nella sua linea di autonomia.
Ma anche il nuovo duca continuò a svolgere una politica di autonomia. Benevento conquistò Capua e Salerno, minacciò i ducati costieri, i temi bizantini, i confini romani, dilatò il suo dominio; ricostruì le chiese, i monasteri, i pubblici edifici; ristrutturò l'impianto urbano sul modello antico; riorganizzò l'economia e la società. Il ritmo di ricostruzione della civiltà progredì a passo costante.
Toccò il culmine con Arechi II, proprio quando il regno di Pavia cadde sotto i colpi della potenza carolingia.
La cinta muraria, ritratta all'interno al tempo della crisi gotica, si estese al tracciato antico sino a comprendere la cosiddetta "città nuova" di Arechi.
La sede dei dinasti, centro ideale non solo del Piano di Corte, ancor oggi impregnato di echi longobardi, ma di tutta la città, articolata in contrade e porte contrassegnate dai nomi gentilizi delle "fare"; la cattedrale, dal nome significativo di Santa Maria di Gerusalemme, un'altra Grande Madre, che continuò sullo stesso tempio antico della dea mediterranea il ricordo di Iside (Muller); il tempio di Santa Sofia, poema della Sapienza divina col suo chiostro d'amore, sintesi meravigliosa di motivi riecheggianti arie di lontananza, che resta fonte di stupore ai nostri occhi immemori, con le sue suggestive strutture simboliche; la cappella del Salvatore, cioè di Cristo Sapienza incarnata (ricordo forse della lotta combattuta dal ducato, accanto al papa, contro l'iconoclastia di Bisanzio, e quindi contro lo stesso re di Pavia), che, nelle sue colonne, conserva ancora il filo del lontano passato; tutti gli edifici pubblici, politici, religiosi, costituenti ai tempi di Arechi II il diadema della città, accolsero nei loro organismi le sparse membra dei secoli trascorsi, fuse in una profonda ispirazione cristiana che era la stessa fede del leggendario vescovo san Barbato, sterminatore di idoli e glorificatore di Cristo: quella che ispirò al cuore di Adelchi II la triste sapienza dell'Ecclesiaste, che vede nei fastigi della gloria del mondo la vanità delle vanità e nello splendore della corti la fragile esistenza di miseri mortali che passa come un fiore: "quasi flos decidit", e solo nell'esempio di Cristo trova senso e conforto.
Nel momento del pericolo la Chiesa si strinse intorno ad Arechi II contro Carlo.
Il vescovo Davide salvò il ducato con un gesto altamente patriottico, che indusse il re dei Franchi a desistere dal proposito di sferrare l'attacco, e Arechi a continuare la sua politica d'autonomia al prezzo modesto di un omaggio formale, e persino a proclamarsi principe: "si fece chiamare principe - dice un cronista di Montecassino - e si fece ungere dai vescovi, imporre la corona, e ordinò che negli atti pubblici si aggiungesse la formula: scritto nel nostro sacratissimo palazzo".
Il mito del Sannio svolse, così, contestualmente con quello di Roma, una funzione storica di civiltà, per cui la "gens" venuta dal Nord non ebbe più la nostalgia delle foreste ma si sentì integrata nell'humus culturale dei nostri strati e sostrati nei quali attinse copiosamente il succo nutritivo essenziale.
Nessuno sapeva nulla di certo sulla storia dell'antico Sannio, ma bastò il ricordo di un mondo sentito non nelle sue diversità tribali, ma nella mitica unità nazionale; perchè questa era la base di sicurezza su cui la Longobardia minore potè durare in vita ancora tre secoli dopo la catastrofe di Pavia (774).
Intorno alla linea di confine brillavano costellazioni di vario splendore: a Nord i ducati di Spoleto e di Roma, a Sud le provincie bizantine, sulle coste le città marinare più o meno legate a Costantinopoli, le stazioni e teste di ponte delle varie stirpi mussulmane, i ducati autonomi di Napoli, Amalfi; Salerno...
Con questa pleiade di culture circostanti gli scontri, i conflitti, gli urti erano continui, ma anche gli incontri, gli scambi, i prestiti reciproci, dei quali si hanno le prove nelle miniature della scrittura beneventana e nelle opere d'arte ancora vitali, dove l'eredità classica si sposa con le suggestioni arabe, bizantine, carolingie, dando spesso all'ingenuità dell'intuizione "barbarica" un grande spessore culturale.
Nella coltre di tenebre dell'alto medioevo questo è un raggio di luce che accende la fede nel futuro. |