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Capoluogo di provincia: fuga dall'isola 

 dal saggio di Gianni Vergineo in "Benevento fascino di un'antica città", Electa NA, 1990

 
L'isola pontificia, accerchiata per secoli, periodicamente bloccata, meta di asilo politico e criminale per "confugientes" di ogni classe, oggetto di interminabili vertenze confinarie e risse di feudatari prepotenti: enclave sempre contestata e rivendicata dal regno di Napoli, diventa capoluogo di provincia il 25 ottobre 1860, senza determinazione circoscrizionale, sotto la Dittatura di Garibaldi; e riceve la circoscrizione definitiva, salvo lievi variazioni successive, sotto la Luogotenenza generale di Eugenio di Savoia il 17 febbraio 1861 prima ancora della proclamazione del Regno d'Italia (17.3.1861). 

 

Il Parlamento nazionale ne riconosce la legittimità il 15 maggio 1861. 


Dopo appena un mese di governo provvisorio presieduto da un democratico, il governo dittatoriale garibaldino nomina stranamente governatore, poi prefetto, un liberale moderato, Carlo Torre, il che suscita contestazioni e proteste. Ma la destra finisce col prendere le redini in mano, saldamente.

 

Non solo il governo nazionale, ma anche il governo locale, comunale e provinciale, diventa appannaggio di "neoguelfi": Governatore Carlo Torre, Sindaco Celestino Bosco Lucarelli, Presidente della Provincia Michele Ungaro, la compagine moderata sembra presa da una smania frenetica di organizzare il piano di fuga dal medioevo clericale in direzione dell'avvenire: smania appena trattenuta dall'esplosione della reazione e del brigantaggio in tutti e tre i circondari del Sannio, Benevento, Cerreto, San Bartolomeo, che sino al 1865 minaccia il capoluogo, difeso per fortuna dalla tradizionale corazza delle mura e porte storiche. 

 

Ma, cessato il pericolo, la febbre di novità sale, e l'assillo della fuga riprende ad affannare e agitare la città. La lotta si svolge su due fronti: interno, l'uno; esterno, l'altro. Quest'ultimo riguarda il grande agitarsi per fare di Benevento una città estroversa, rivolta fuori dalla chiusura tradizionale, verso la regione e la nazione attraverso una politica di strade ferrate e rotabili incentrata sulla valorizzazione della Valle Caudina: prima via della libertà. Il successo resta però molto al di sotto dell'agitazione. 

 

Così avviene anche sul secondo fronte. 


Qui agisce, nei confronti dell' "urbs", il principio di razionalizzazione funzionale, anche in considerazione del ruolo di capoluogo bisognoso di sedi e uffici provinciali e nazionali. La spinta al rinnovamento scatta prima contro le porte e le relative pertinenze murarie, simboli del secolare isolamento, e poi contro la tradizionale morfologia urbanistica, non lineare, geometrizzante o schematizzante, ma complessa come la natura umana, radicata nell'humus culturale della popolazione. 


Così ha inizio la pratica delle demolizioni e degli sventramenti, per cui il patrimonio urbano che non risponde al principio di efficienza passa per cosa stantia: non antica ma vecchia. Nel giro di pochi anni si piangono i morti. Il cuore antico della città cade in pezzi. Il progresso avanza senza pietà. 

 

Ma poi il gioco vale la candela? La risposta non è semplice: è vero che, ad esempio, lo sventramento dell'antica via Magistrale (dai: "magistri", di palazzo Paolo V) dà vita all'attuale corso Garlbaldi; ma è un "monstrum" intollerabile la sopraelevazione compensativa dei palazzi prospicienti: uno squilibrio irrazionale in nome della razionalità, a parte gli squilibri del bilancio comunale. Su questo esempio si procede senza soluzione di continuità tra destra e sinistra sino al '900. Le perdite dei tesori antichi sono pagati spesso con moneta falsa. 


Simultaneamente si assiste, riguardo alla "civitas", ad una ristrutturazione dei rapporti di classe. Il declino dell'aristocrazia è fatale, nel quadro di un liberismo senza privilegi, propizio ai ceti dai riflessi pronti. Il partito clericale, invece, in seguito alle leggi eversive del 1866-67, si trasforma progressivamente. Molte famiglie prelatizie entrano in possesso di beni ecclesiastici alienati, avvicinandosi così ai cattolici liberali che, a loro volta, specie quando sale il pericolo socialista, per impulso di classe, si piegano volentieri alla formazione di blocchi conservatori con i cattolici "intransigenti" per la conquista degli enti locali (il "non expedit" vale solo per il paese legale rappresentato dal Parlamento). 

 

I Bosco Lucarelli, tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, sono già nei quadri dell'Azione Cattolica o della Democrazia Cristiana di Benedetto Bonazzi. 

  

La sinistra risponde con altri blocchi in cui i socialisti di Luigi Basile si aggregano ai democratici di Leonardo Bianchi, riuscendo persino a conquistare il Comune nel 1904 e nel 1920, sotto la costellazione del circolo massonico "Giordano Bruno". 
Nell'età giolittiana non è quasi possibile cogliere differenze tra conservatori di origine liberale e conservatori di stampo clericale, se non di tipo personale. 

 

Sono tutti uomini intraprendenti, e spesso colti, come Almerigo Meomartini, capo della Provincia quasi fino alla morte, o come il repubblicano Antonio Mellusi, amico fedele di ambienti moderati; hanno un forte interesse sociale, come G.B. Bosco Lucarelli, sindaco nel 1911, e poi deputato dal 1919 in poi, o Nazareno Cosentini, parlamentare onnipresente nella vita cittadina; sono pratici conoscitori e manovratori di congegni amministrativi e giudiziari, come Raffaele De Caro; ma le caratterizzazioni politiche sfumano nel vago. 

 

Le sole linee nette riguardano il temperamento. Su questa base si spiegano, ad esempio, le violente polemiche tra Basile e De Caro, Basile e Cosentini, Basile e i clericali. Non per niente finiscono quasi tutti nel fascismo, in cui, dopo il primo tentativo anticlientelare di Clino Ricci, si trasferisce anche l'esercito delle clientele. 

 

Intanto l'habitat urbano cresce, si espande, diventa eccentrico. 
Dopo le manipolazioni "razionali" del centro antico, si estroverte nel viale Principe di Napoli, nel Rione Costanzo Ciano, oggi Libertà, nel viale Atlantici sino allo straripamento dell'ultimo dopoguerra nei quartieri periferici, il cui carattere dissipativo, mettendo a dura prova il principio d'identità urbana e civile (l' "urbs" e la "civitas" sono aspetti complementari di una stessa realtà), ha risvegliato, per contrasto, nel corpo civico, il bisogno di un riscatto estremo del patrimonio recuperabile, sul tracciato di una speranza aperta sin dal primo piano regolatore di Luigi Piccinato (1933).