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Capoluogo di provincia: fuga dall'isola dal saggio di Gianni Vergineo in "Benevento fascino di un'antica città", Electa NA, 1990
Il Parlamento nazionale ne riconosce la legittimità il 15 maggio 1861.
Non solo il governo nazionale, ma anche il governo locale, comunale e provinciale, diventa appannaggio di "neoguelfi": Governatore Carlo Torre, Sindaco Celestino Bosco Lucarelli, Presidente della Provincia Michele Ungaro, la compagine moderata sembra presa da una smania frenetica di organizzare il piano di fuga dal medioevo clericale in direzione dell'avvenire: smania appena trattenuta dall'esplosione della reazione e del brigantaggio in tutti e tre i circondari del Sannio, Benevento, Cerreto, San Bartolomeo, che sino al 1865 minaccia il capoluogo, difeso per fortuna dalla tradizionale corazza delle mura e porte storiche.
Ma, cessato il pericolo, la febbre di novità sale, e l'assillo della fuga riprende ad affannare e agitare la città. La lotta si svolge su due fronti: interno, l'uno; esterno, l'altro. Quest'ultimo riguarda il grande agitarsi per fare di Benevento una città estroversa, rivolta fuori dalla chiusura tradizionale, verso la regione e la nazione attraverso una politica di strade ferrate e rotabili incentrata sulla valorizzazione della Valle Caudina: prima via della libertà. Il successo resta però molto al di sotto dell'agitazione.
Così avviene anche sul secondo fronte.
Ma poi il gioco vale la candela? La risposta non è semplice: è vero che, ad esempio, lo sventramento dell'antica via Magistrale (dai: "magistri", di palazzo Paolo V) dà vita all'attuale corso Garlbaldi; ma è un "monstrum" intollerabile la sopraelevazione compensativa dei palazzi prospicienti: uno squilibrio irrazionale in nome della razionalità, a parte gli squilibri del bilancio comunale. Su questo esempio si procede senza soluzione di continuità tra destra e sinistra sino al '900. Le perdite dei tesori antichi sono pagati spesso con moneta falsa.
I Bosco Lucarelli, tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, sono già nei quadri dell'Azione Cattolica o della Democrazia Cristiana di Benedetto Bonazzi.
La sinistra risponde con altri blocchi in cui i socialisti di Luigi Basile si aggregano ai democratici di Leonardo Bianchi, riuscendo persino a conquistare il Comune nel 1904 e nel 1920, sotto la costellazione del circolo massonico "Giordano Bruno".
Sono tutti uomini intraprendenti, e spesso colti, come Almerigo Meomartini, capo della Provincia quasi fino alla morte, o come il repubblicano Antonio Mellusi, amico fedele di ambienti moderati; hanno un forte interesse sociale, come G.B. Bosco Lucarelli, sindaco nel 1911, e poi deputato dal 1919 in poi, o Nazareno Cosentini, parlamentare onnipresente nella vita cittadina; sono pratici conoscitori e manovratori di congegni amministrativi e giudiziari, come Raffaele De Caro; ma le caratterizzazioni politiche sfumano nel vago.
Le sole linee nette riguardano il temperamento. Su questa base si spiegano, ad esempio, le violente polemiche tra Basile e De Caro, Basile e Cosentini, Basile e i clericali. Non per niente finiscono quasi tutti nel fascismo, in cui, dopo il primo tentativo anticlientelare di Clino Ricci, si trasferisce anche l'esercito delle clientele.
Intanto l'habitat urbano cresce, si espande, diventa eccentrico. |