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Dominio papale: "libertas civium" e "summa potestas" 

 dal saggio di Gianni Vergineo in "Benevento fascino di un'antica città", Electa NA, 1990

 
L'ultimo dinasta longobardo, Landolfo VI, spirò senza eredi nel 1077. E la città, ormai ridotta per le continue erosioni normanne ad un modesto retroterra, cadde formalmente sotto il dominio della Chiesa, per effetto di un patto con l'imperatore e di un lungo intreccio di eventi difficili da districare. 

 

L'inizio del nuovo tratto di storia è quello di una "res publica" governata da un rettorato elettivo (due Rettori a ricordo dei due consoli romani), espressione insieme della "libertas civium" e della "summa potestas" pontificale: un ordinamento forse già esistente, a mezzadria papale, nell'ultimo scorcio del principato. 

 

Gli Annales Beneventani di Santa Sofia, infatti, collocano una "communitas prima" nel 1015 e una "conuratio secunda" nel 1041, e un documento di Gregorio VII del 1073 impone al principe il rispetto della "res publica". Nel 1077, dunque, dal compromesso il papa arriva al "dominium eminens". 


Ma l'idillio tra la libertà dei cittadini e la suprema potestà di Roma durò poco. Un tentativo di restaurazione del principato costrinse Pasquale II a una riforma autoritaria, contemplante l'accentramento dei poteri e il governo di un solo rettore. 

 

Di qui il principio di una insanabile frattura tra la "libertas civium" e la "summa potestas", che trovò la sua espressione drammatica in due partiti, diversamente nominati nel tempo e diversamente localizzati nello spazio: da una parte un'aristocrazia rettoriale gravitante nell'orbita del potere politico, cioè della chiesa teocratica, in alto, accanto al palazzo; dall'altra parte, la "civitas" del "populus", contadini, mercanti, artigiani, nobili fedeli all'episcopato, gravitante nella sfera del potere religioso, cioè della chiesa pastorale, in basso, accanto all'episcopio. 


In quest'orizzonte di contrasti è solo un pregiudizio ritenere che il periodo pontificio fosse solo un lungo sonno di decadenza. Tutt'altro: la verità è che la 'civitas' non abbandonò mai il campo di battaglia. 

 

Nel 1128, infatti, fece piazza pulita dell'aristocrazia di Piano di Corte e costituì un ordinamento popolare. 

 

E, prima ancora degli statuti del 1202, dove persiste la concezione del diritto longobardo come "pactum" più aperto alla "communitas" che non il diritto romano, come "praeceptum", gli interlocutori del pontefice erano i "consules" e il "populus", aventi nell'arcivescovo, consapevole dei problemi locali, sempre un sicuro punto di appoggio, per la comune avversione alle strutture del potere rettoriale, per cui non esitavano a intrattenere, in caso di necessità, un gioco vario e pericoloso con i "nemici" esterni (Normanni, Svevi, ecc.) diretto allo scioglimento della teocrazia beneventana nel regno circostante, sede delle numerose diocesi suffraganee (24 nel XIII secolo) e speranza di aperture economiche, civili, culturali. 


È un fatto che, nel periodo di Federico II e di Manfredi, la "civitas", cioè la società civile in lotta per gli ordinamenti comunali, si presentava in veste filo-sveva, compresi i pastori. L'arcivescovo Ruggero, autore della ristrutturazione interna e della facciata del duomo, che assunse con lui l'aspetto tramandato sino ai nostri giorni, non solo sembra volesse dare alla sua Chiesa una dignità eccezionale, ma inclinasse anche verso il ghibellinismo. 

 

Analogamente il suo successore, il conte Ugolino, pare fosse amico di uno dei più grandi giuristi dell'imperatore, Roffredo Epifanio, il cui nome ricorda ancora quando si guarda l'attuale chiesa di San Domenico, frutto della sua fede cattolica e insieme ghibellina. Romano Capodiferro, poi, non fece misteri del suo totale filoghibellismo, né temette di esporsi alle ripetute scomuniche per la sua adesione alla politica di Manfredi. 

 

È significativo che, dopo la battaglia di Benevento (1266), Carlo d'Angiò tentasse di giustificare il saccheggio sanguinoso della città col motivo della militanza filosveva. 


La Chiesa di Roma richiamava all'ordine i pastori ribelli. Ma essi continuarono a difendere la "civitas" anche sotto il sistema più duro: quello guelfo-angioino. L' episodio di Giovanni Castrocèli (1289), che rovesciò il rettorato e instaurò il regime civico abolito da Martino IV nel 1281, è un fatto esemplare. 

 

Durante la "cattività avignonese", le cose si fecero più confuse, ma l'atteggiamento della "civitas" non cambiò senso. Il rettore rischiò sempre più frequentemente la vita (terribile la rivolta di Simone Mascambruno: 1316), cosicchè il pontefice si vide costretto alla costruzione di un palazzo-fortezza (l'attuale Rocca dei Rettori: 1321), perchè il palazzo di Piano di Corte non era più sicuro. 


Ma il popolo non si placò. Nel vortice delle guerre dinastiche angioine la situazione divenne sempre più violenta. Un fioco raggio di luce viene dagli Statuti di Eugenio IV, concessi intorno al 1440. 

 

Poi con l'avvento degli Aragonesi apparve un primo cenno di Stato di diritto. Alfonso I fu vicario della città sino al 1459, anno in cui, il rettore si chiamò governatore: al "ius proprium", statutario, si sostituì il "ius commune", regale. La "civitas" aragonese crebbe culturalmente per i continui contatti con Napoli, del cui umanesimo sentì i benefici effetti. 


Ma questa luce dura sino alla Controriforma. Dopo il Concilio di Trento, si nota una svolta radicale, sintonizzata sul tempo del vicereame spagnolo. 

 

La "civitas" non trova più nell'episcopato il suo centro di gravità, perchè la nuova linea inaugurata da Giacomo Savelli nel Concilio del 1567, che si esprime nell'imponenza del seminario diocesano, gli conferisce un potere teocratico senza precedenti, incentrato sulla volontà di Roma (Congregazione del Buon Governo: 1592) e non più sulla logica delle esigenze cittadine. 


Di qui aspri conflitti giurisdizionali con il Comune, che ha nella maestà di palazzo Paolo V il simbolo della sua autorità, e rivolte popolari di sangue, che hanno per bersaglio non più il rettorato ormai ridimensionato, ma l'episcopato che, per il suo primato politico-religioso, rappresenta la somma di tutti i poteri, causa prima di una situazione sbilanciata a totale vantaggio del centralismo romano. 


Lo squilibrio trovò un contrappeso solo nel carisma della personalità di un vescovo eccezionale, capace di assorbire il potere politico nell'umile servizio del pastore, ponendosi come un paradigma di dedizione, di sacrificio, di coraggio, di fronte al terremoto del 1688, che lo vede instancabile ricostruttore della città sulle orme del passato, deciso a piegare il linguaggio dell'architettura civile a rendere omaggio al primato urbanistico degli episodi sacri; e, nello stesso tempo, lo sente pietoso soccorritore degli afflitti. 

 

Il centro storico di oggi è la città degli Orsini, dove il cumulo delle memorie antiche traspare da ogni angolo, vicolo, angiporto. 

 

Il periodo orsiniano è anche un momento di vivacità economica e socio-culturale, favorita dagli Statuti "popolari" di Sisto V (1588), specchi di vitalità in espansione e insieme fattori promozionali di ceti burocratici e mercantili verso alti livelli di nobiltà: "genus pecunia donat". I nuovi nobili della zona bassa (popolare) si trasferiscono nella zona alta (aristocratica) della città: i palazzi Terragnoli, Mosti, Roscio, De Simone, Coscia. ..sono testimonianze eloquenti di questo processo evolutivo della nobiltà di toga, voluto dal pontefice ma osteggiato dalla nobiltà di sangue. 

 

Poi, morto Orsini, le contraddizioni di fondo riemergono e la conflittualità si esaspera (terribile la rivolta del Masaniello beneventano nel 1741 ). 


Intanto, nel Regno di Napoli, finita l'età dei vicerè, Carlo III di Borbone dischiuse le porte a un rinnovamento culturale e civile, all'insegna del giurisdizionalismo. Ma il riformismo illuminato napoletano s'infranse contro i bastioni della città dei papi, che solo con l'occupazione borbonica (1768-74), dovuta alla questione gesuitica, conobbe qualche soffio di razionalismo moderno, coefficiente ideologico di una borghesia sempre più insofferente dei teologemi tridentini e avida di stimoli e fermenti illuministici. 

  

È questa la borghesia che credette di chiudere il medioevo nell'anno fatale del 1799 e di aprire le porte al vento tempestoso dei diritti del cittadino, mettendosi al servizio dell'ideologia e della potenza francese, sulla via dell'età moderna.