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Dominio papale: "libertas civium" e "summa potestas" dal saggio di Gianni Vergineo in "Benevento fascino di un'antica città", Electa NA, 1990
L'inizio del nuovo tratto di storia è quello di una "res publica" governata da un rettorato elettivo (due Rettori a ricordo dei due consoli romani), espressione insieme della "libertas civium" e della "summa potestas" pontificale: un ordinamento forse già esistente, a mezzadria papale, nell'ultimo scorcio del principato.
Gli Annales Beneventani di Santa Sofia, infatti, collocano una "communitas prima" nel 1015 e una "conuratio secunda" nel 1041, e un documento di Gregorio VII del 1073 impone al principe il rispetto della "res publica". Nel 1077, dunque, dal compromesso il papa arriva al "dominium eminens".
Di qui il principio di una insanabile frattura tra la "libertas civium" e la "summa potestas", che trovò la sua espressione drammatica in due partiti, diversamente nominati nel tempo e diversamente localizzati nello spazio: da una parte un'aristocrazia rettoriale gravitante nell'orbita del potere politico, cioè della chiesa teocratica, in alto, accanto al palazzo; dall'altra parte, la "civitas" del "populus", contadini, mercanti, artigiani, nobili fedeli all'episcopato, gravitante nella sfera del potere religioso, cioè della chiesa pastorale, in basso, accanto all'episcopio.
Nel 1128, infatti, fece piazza pulita dell'aristocrazia di Piano di Corte e costituì un ordinamento popolare.
E, prima ancora degli statuti del 1202, dove persiste la concezione del diritto longobardo come "pactum" più aperto alla "communitas" che non il diritto romano, come "praeceptum", gli interlocutori del pontefice erano i "consules" e il "populus", aventi nell'arcivescovo, consapevole dei problemi locali, sempre un sicuro punto di appoggio, per la comune avversione alle strutture del potere rettoriale, per cui non esitavano a intrattenere, in caso di necessità, un gioco vario e pericoloso con i "nemici" esterni (Normanni, Svevi, ecc.) diretto allo scioglimento della teocrazia beneventana nel regno circostante, sede delle numerose diocesi suffraganee (24 nel XIII secolo) e speranza di aperture economiche, civili, culturali.
Analogamente il suo successore, il conte Ugolino, pare fosse amico di uno dei più grandi giuristi dell'imperatore, Roffredo Epifanio, il cui nome ricorda ancora quando si guarda l'attuale chiesa di San Domenico, frutto della sua fede cattolica e insieme ghibellina. Romano Capodiferro, poi, non fece misteri del suo totale filoghibellismo, né temette di esporsi alle ripetute scomuniche per la sua adesione alla politica di Manfredi.
È significativo che, dopo la battaglia di Benevento (1266), Carlo d'Angiò tentasse di giustificare il saccheggio sanguinoso della città col motivo della militanza filosveva.
Durante la "cattività avignonese", le cose si fecero più confuse, ma l'atteggiamento della "civitas" non cambiò senso. Il rettore rischiò sempre più frequentemente la vita (terribile la rivolta di Simone Mascambruno: 1316), cosicchè il pontefice si vide costretto alla costruzione di un palazzo-fortezza (l'attuale Rocca dei Rettori: 1321), perchè il palazzo di Piano di Corte non era più sicuro.
Poi con l'avvento degli Aragonesi apparve un primo cenno di Stato di diritto. Alfonso I fu vicario della città sino al 1459, anno in cui, il rettore si chiamò governatore: al "ius proprium", statutario, si sostituì il "ius commune", regale. La "civitas" aragonese crebbe culturalmente per i continui contatti con Napoli, del cui umanesimo sentì i benefici effetti.
La "civitas" non trova più nell'episcopato il suo centro di gravità, perchè la nuova linea inaugurata da Giacomo Savelli nel Concilio del 1567, che si esprime nell'imponenza del seminario diocesano, gli conferisce un potere teocratico senza precedenti, incentrato sulla volontà di Roma (Congregazione del Buon Governo: 1592) e non più sulla logica delle esigenze cittadine.
Il centro storico di oggi è la città degli Orsini, dove il cumulo delle memorie antiche traspare da ogni angolo, vicolo, angiporto.
Il periodo orsiniano è anche un momento di vivacità economica e socio-culturale, favorita dagli Statuti "popolari" di Sisto V (1588), specchi di vitalità in espansione e insieme fattori promozionali di ceti burocratici e mercantili verso alti livelli di nobiltà: "genus pecunia donat". I nuovi nobili della zona bassa (popolare) si trasferiscono nella zona alta (aristocratica) della città: i palazzi Terragnoli, Mosti, Roscio, De Simone, Coscia. ..sono testimonianze eloquenti di questo processo evolutivo della nobiltà di toga, voluto dal pontefice ma osteggiato dalla nobiltà di sangue.
Poi, morto Orsini, le contraddizioni di fondo riemergono e la conflittualità si esaspera (terribile la rivolta del Masaniello beneventano nel 1741 ).
È questa la borghesia che credette di chiudere il medioevo nell'anno fatale del 1799 e di aprire le porte al vento tempestoso dei diritti del cittadino, mettendosi al servizio dell'ideologia e della potenza francese, sulla via dell'età moderna. |