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Feudo imperiale: sovranità del diritto 

 dal saggio di Gianni Vergineo in "Benevento fascino di un'antica città", Electa NA, 1990


L'esperienza francese del 1799, finita tragicamente, riprese nella prospettiva ideologica bonapartista, in cui la tavola dei diritti, interpretata in senso moderato, in direzione classista, e inquadrata nella cornice dell'impero napoleonico, comprendente non più repubbliche, ma regni e principati ordinati in entità feudali, finì col formare un ordinamento, che solo in senso ristretto può definirsi liberale e, in nessun senso, democratico. 

 

Il Principato di Benevento (Talleyrand), retto da un governatore sensibile e intelligente come Louis de Beer rivestì questo carattere antigiacobino e conservatore, pur rappresentando per la città una rivoluzione sconvolgente, per l'incompatibilità del nuovo diritto, privilegiante soggetti individuali, col diritto tradizionale, privilegiante soggetti collettivi quali le comunità, per cui l'impatto travolse il sistema degli enti ecclesiastici, corporazioni, confraternite, conventi; e ancora per l'inconciliabilità dell'unico ordinamento giuridico statale con la pluralità delle giurisdizioni comunitarie. 

 
Il nuovo organismo, dunque, non era certo un regime giacobino; ma era pur sempre uno stato di diritto, poggiante non sull'arbitrio degli uomini, ma sulla sovranità della legge, formalmente eguale per tutti. 

 

Il principio razionale di semplificazione e unificazione giuridica, che pure operò come un fattore di progresso economico-sociale e di civiltà e si tradusse in istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado (esemplare il Liceo nato nel 1810), in provvedimenti igienici e sanitari moderni (rivoluzionaria la vaccinazione antivaiolosa), in ristrutturazioni urbanistiche funzionali e insieme classicamente suggestive (caratteristica la sistemazione di piazza Santa Sofia enfatizzata dalla fontana monumentale dall'imponente obelisco), in lavori pubblici efficienti, in realtà non fu un principio innocente. 

 
L'eversione degli enti tradizionali, mentre attivò un mercato di beni immobiliari, che potenziò la borghesia sostenitrice del governo, sbloccando la situazione di immobilismo tradizionale in nome del diritto soggettivo di proprietà che escludeva gli usi tradizionali dei beni civici, comuni, "universali", e che fece del "dominium eminens" il nemico mortale del "dominium utile", spinse contemporaneamente alla rovina l'enorme massa di fruitori degli istituti religiosi soppressi, che persero le loro fonti di sostentamento, senza riuscire ad avere un risarcimento e una speranza di compensazione nel quadro della politica liberista e insieme dirigista del principato.

  
Questo sovvertimento determinò, di conseguenza, un rimescolamento di carte sul piano sociale, malgrado il continuo ricorso a compromessi pratici, come la riforma anzichè la coerente eliminazione dell'enfiteusi, e non frenò il corso sostanziale del processo, per cui il tradizionale partito del popolo, prima solidale, poi ostile all'episcopato, rifluì su posizioni "reazionarie", staccandosi nettamente dalla frazione borghese e subordinandosi all'aristocrazia nera che, colpita e frustrata dal riformismo beeriano, attendeva solo il momento opportuno per rialzare la testa e riprendere la sua funzione egemonica: momento che giunse col tramonto della stella bonapartista.

 

Il Codice civile napoleonico, che introdusse il divorzio coniugale, sul piano economico, produsse anche il divorzio tra il "dominium eminens" (proprietà) e "dominium utile" (possesso o uso); e, sul piano sociale, favorì il divorzio tra le due fasce della compagine popolare: lo strato borghese e quello contadino. Così calò nella realtà il principio di una lotta di classe destinata a perpetuarsi, con alterne vicende, nella storia futura.