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Delegazione pontificia: paura della fine 

 dal saggio di Gianni Vergineo in "Benevento fascino di un'antica città", Electa NA, 1990

 

Il Congresso di Vienna restituì alla Santa Sede Benevento. 

 

Ma la città era in condizione di sbaraglio morale e materiale assai grave, determinata dall'occupazione del "traditore" G. Murat avvenuta nel 1814 in un turbinìo di rabbiosi partigiani di Beer, di reazionari papali e borbonici, di satelliti muratiani, di settatori del caos. Perciò l'unico trattamento adeguato parve una terapia missionaria diretta da S. Gaspare del Bufalo alla restaurazione sia del regime papale che del costume morale. 

 

Riprese quota il rappresentante del pontefice, con un nome nuovo: Delegato apostolico, anzichè governatore. Non si trattò solo di un mutamento nominalistico, ma di una svolta effettiva, che tolse al capo politico ogni potestà autonoma, facendone un commissario del pontefice e ridusse ai margini l'autorità comunale. 

 
Inizialmente erano in gioco due linee di governo: l'una, dura, di Bartolomeo Pacca; l'altra, elastica e conciliatrice, di Ercole Consalvi. Prevalse a Benevento la prima, favorita dalla nevrosi fobica della "rivoluzione": un mostro da esorcizzare con tutti i mezzi, spirituali e temporali. Per riuscire nell'intento, si organizzò un controllo rivolto all'intero organismo politico-sociale. Il "Motu proprio" di Pio VII (6.7.1816) sull'amministrazione pubblica conferì uniformità e centralità all'apparato burocratico-poliziesco. 

 
Niente più giurisdizioni feudali, speciali, privilegiate. Le immunità, i diritti d'asilo, le sanzioni impositive, le consuetudini del passato, tutte le assurdità intollerabili furono riviste o ridotte o abolite. I corpi collettivi, le comunità intermedie, le associazioni varie si piegarono ad una disciplina di nuovo conio. E i patrimoni si assoggettarono ad una normativa catastale subendo il primo censimento e la relativa imposta il3 agosto 1816. 

 
Sembra che il principio di semplificazione dell'ideologia beeriana fosse l'unico a salvarsi nella prassi restauratrice. 

 
Tutto il resto era maledetto e ripudiato; il sistema centralizzato, no. Ma era un principio che funzionava come un meccanismo di difesa, regressivo e protettivo. Era la paura della fine che lo attivava. La sicurezza dommatica di un tempo non esisteva più. I Gesuiti ritornarono e riaprirono il Liceo nel 1817; ma l'ubbidienza "perinde ac cadaver", la disciplina totale non tornò più: dalle loro scuole uscivano ora anche carbonari e liberali, preti inquieti, professionisti inaffidabili. 

 

L'editto di Bartolomeo Pacca sui beni archeologici e artistici (7.4.1820) nacque forse anch'esso dal senso di paura dominante: gli usi spregiudicati, i trattamenti indecenti, i furti sfacciati di questi beni, non più protetti dal tradizionale alone sacro del passato, imposero una severa disciplina anche in questa materia. 
La paura non era infondata, naturalmente. Bastava una crisi cerealicola, un cattivo raccolto, per incutere spavento. 

 
E, quando nel regno vicino si accese la miccia della "rivoluzione", le fiamme investirono anche la Delegazione. La rivolta carbonara di Andrea Valiante scoppiò il 5.7.1820, in sintonia con i moti di Napoli, e, come a Napoli, mise capo ad un governo repubblicano, che durò in vita un anno, stroncato dal riflusso napoletano. 

 
Ma il partito "rivoluzionario" non scomparve: si nascose e, nascostamente, intrecciò trame con i fratelli napoletani, riprendendo la tradizione dell'antico partito del popolo, diretta a risolvere l'ordinamento pontificio nell'ordinamento partenopeo: Napoli o morte: mentre la fascia popolare contadina, che ormai vedeva nel ceto borghese un nemico, si compaginava con la struttura pontificia, in cui delegato e vescovo erano ormai come due pilastri di un ponte, struttura che, con il suo sistema comunitario, enfiteutico, caritativo, consentiva ai più poveri almeno un margine minimo di sostentamento. 

 
Come i liberali, così anche gli uomini del potere seguivano una prassi collaborativa con le autorità di Napoli, per la caccia ai soggetti pericolosi, la prevenzione dei colpi di mano, la repressione dei delinquenti politici. 

 

Le due internazionali, della rivoluzione e delle reazione, stanno a significare che il mondo era cambiato. E gli uomini della soffitta erano ormai una nazione occulta, pronta a profittare del disagio per sovvertire l'ordine costituito. E il disagio era acuto. Un documento del cardinale Domenico De Simone (1833) fa un'analisi impressionante della situazione, dinanzi alla quale l'ipotesi di riforma sembra un palliativo per un male inesorabile. 

 
La religione non basta più a tenere in gabbia il mostro. I suoi stessi ministri ne sono presi e invasi. Dopo la caduta della repubblica carbonara, l'Assessore civile Giacomo Negroni così si esprime in un rapporto del 9 luglio 1821: "Opinerei di far cadere sul ceto ecclesiastico, i di cui componenti sono per circa la metà carbonari, un qualche castigo anche per la sola ascrizione alla setta... tutti i familiari dell'eminentissimo arcivescovo Spinucci si dice siano addetti alla setta carbonica, tra cui il caudatario canonico Tucci, il quale nelle trascorse vicende ha figurato segretario dell'Alta Vendita e da sorvegliatore della nobiltà". 

 

E l'Assessore criminale Gaetano La Valle, prima ancora dello scoppio dei moti, tradisce l'impressione di una città zeppa di carbonari: "se si dovesse costituire la città di Benevento come luogo di relegazione, si .sarebbe sicuri di trovare i relegati nella piena degli abitanti medesimi".

 
Il liberale non è separato dal clericale, il rivoluzionario convive con il reazionario, allo stesso desco, sotto lo stesso tetto, nello stesso ufficio. Non c'è una linea di frontiera che separi i due schieramenti. Il Primato di Gioberti, cattolico liberale, sembrava fatto apposta per contestare questa coesistenza. 

 

Stampato clandestinamente, il volume si diffuse tra gli intellettuali beneventani: divenne un vangelo politico, che, in occasione di una grave crisi agraria (1844-47) scosse la popolazione sofferente. 

 

Neppure gli interventi liberaleggianti di Pio IX riuscirono a decomprimere la tensione, anzi, per la loro ambiguità, finirono col complicare le cose e provocare la rivolta di Salvatore Sabariani (15.4.1848), stroncata nel sangue. Anche la successiva visita del papa a Benevento (30.10- 2.11.1849) fu come un correre al ripari nella paura di qualcosa di irreparabile. 

 
L'aria era piuttosto torbida. La stessa fascia contadina, rimasta sinora fedele al sistema pontificio, cominciò ad agitarsi. Non era il fattore ideologico a muoverla: era la fame, nuda e cruda. 

 

E il tragico era che non poteva rovesciare, senza restare sotto le macerie, il sistema in cui sperava; ne poteva allearsi col ceto borghese, in cui non credeva. Perciò fece una rivoluzione "reazionaria", pacifica, ma impressionante: la rivoluzione delle frasche, per i rami di acacia agitati nella dimostrazione (1855). 

 

I liberali non la compresero: nè i moderati, come Carlo e Federico Torre, nè i radicali come Salvatore Rampone. E non potevano comprenderla, perchè non aveva obiettivi politici. Era solo l'espressione di una crisi mortale: il sintomo della fine. 


Perciò questa sollevazione sconcerta gli storici: non ha senso storico. Essa rappresenta l'organismo pontificio che si spezza: una parte non riconosce l'altra e la rigetta. La borghesia deve solo raccogliere l'eredità, e così avviene. 

 
Prima che Garibaldi giunga a Napoli, Salvatore Rampone, solo, senza scorta, vestito da colonnello dei garibaldini, in camicia rossa, si porta al castello per comunicare all'ultimo delegato apostolico, Edoardo Agnelli, l'ordine di lasciare la città entro tre ore. È il 3 settembre 1860. 

 

Il pomeriggio dello stesso giorno è proclamato capo del governo provvisorio. 

E si reca coi suoi garibaldini a rendere omaggio alla Madre delle Grazie.